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Marzo 16, 2006

Da: A(r)marsi

A(r)marsi


Lui e lei seduti al tavolo di un ristorante. Tintinnii di posate, camerieri in giacca bianca, vasca delle aragoste, musica filosoffusa.

Lei ha una bellezza da sirena, o analoga creatura abissale: occhi azzurro mare, chiome biondo sabbia, labbra rosso corallo, naso a pinna di squalo. Secca, filiforme, niente fianchi, niente tette, un fisico da playmate dei sogni di Popeye.

Lui ha l’aria di uno che non sarebbe brutto, se non fosse un po’ idrocefalo. Sembra che gli abbiano infilato a forza la pelle della testa su un teschio troppo largo. Capelli tagliati cortissimi, accenno di stempiatura, pettorali e bicipiti da frequentatore di palestre, una tacca sotto la Zona Fanatismo.

Look di lei: vestito lungo da sera color prugna con scollatura quadrata, scarpe aperte, filo di perle, capelli raccolti dietro la nuca.

Look di lui: camicia color salmone, giacca e pantaloni coordinati, scarpe fresche di lucidatura.

Lui, curvo sul piatto, sta sezionando un filetto con la cura e la cautela del neurochirurgo. Lei, col gomito destro poggiato alla tavola e il mento poggiato al palmo destro, fissa lui socchiudendo gli occhi e sorridendo. Sul tavolo: tovaglioli piegati, flute, fiori, bottiglia di vino.

D’un tratto, lei distoglie lo sguardo da lui e lo rivolge all’orologio che porta al polso. Guarda il quadrante per qualche secondo, poi dice:

“Carlo.”

Lui, impassibile, alza la testa.

“Chiara?”

“Sono le ventuno e undici.”

“E…?”

“E’ successo esattamente un anno fa, a quest’ora.”

La bocca di lui si torce in un mezzo sorriso. “Allora, brindiamo.”

Prende la bottiglia e, con mano sicura, riempie entrambi i flute esattamente allo stesso livello. Posa la bottiglia, entrambi prendono i calici e li sollevano. Mentre bevono, lei lo guarda negli occhi, lui guarda la vasca delle aragoste.

A brindisi compiuto, lo schema precedente si ricompone: lui torna ad accanirsi sul filetto, lei a contemplare lui.

Si avvicina un cameriere. Con un piccolo inchino, deposita davanti a lei un piattone d’insalata generosamente condito d’ossigeno e d’aria. Lei ringrazia, il cameriere s’allontana, lui getta uno sguardo ozioso al piatto di lei.

“Ti ho mai detto quant’è ironico che tu sia vegetariana e lavori in un negozio di caccia e pesca?”

“Sì.” La mano destra di lei striscia sul tavolo fino a incontrare la sinistra di lui. “Ma c’è un’altra cosa che non mi hai mai detto.”

Lo sguardo di lui passa dal piatto alla faccia di lei, e da ozioso a interrogativo. Il sorriso di lei s’allarga, le sue guance arrossiscono un po’.

“So che non ci sarebbe bisogno di dire certe cose, e che le azioni parlano da sole, però… Sono sicura che non te ne sei neanche accorto, ma in un anno che stiamo insieme non mi hai mai detto che mi ami.”

“Perché non ti amo” risponde lui, sempre impassibile.

Gli angoli della bocca di lei crollano verso il basso, nei suoi occhi lampeggia il panico. Con un alito di voce, lei commenta: “Eh?”

Lui le afferra la mano. “Chiara, io ti apprezzo e ti stimo. Hai un buon carattere e la testa sulle spalle. Sono sicuro che un giorno sarai una buona moglie e una buona madre, ed è per questo che spero di passare il resto della mia vita al tuo fianco. Mi prenderò cura di te, ti rispetterò e ti sarò fedele come ho fatto fino ad oggi, ma non ti amo, non ti ho mai amata e probabilmente non ti amerò mai. Almeno non nel senso che intendi tu.”

“E… E perché non me l’hai mai detto?” boccheggia lei.

“Perché tu non me l’hai mai chiesto” risponde lui. Poi, in un silenzio di ghiaccio, sotto lo sguardo attonito e vetrizzato di lei, torna a dedicarsi al filetto. Finalmente ne stacca un pezzo, perfettamente quadrato; lo infilza sulla forchetta e lo solleva, osservandolo da ogni angolazione.

“La sincerità è fondamentale in un rapporto, non trovi?” dice. “I miei genitori non si sono mai amati e non hanno mai mentito l’uno all’altra. E’ per questo che convivono felicemente da trentadue anni.” Inghiotte il boccone e, masticando, aggiunge: “Buon appetito.”

Lentamente, senza emettere un suono, lei si rivolge all’insalata.

Il giorno dopo.

Negozio di articoli per la caccia e la pesca. Rastrelliere di fucili, doppiette, carabine dal calcio istoriato. Un’intera parete di carnieri, cartucciere e coltelli in foderi di cuoio; un’altra dedicata agli ami e alle esche. Animali impagliati, fagiani, lepri, volpi. Appesa sopra la porta d’ingresso, una testa di cervo. Oltre il vetro del bancone, un arcobaleno di munizioni e bussolotti neri, rossi e blu. Su quello stesso vetro è posato un fucile, del quale Chiara sta esponendo le caratteristiche a un cliente canuto.

Tenuta da lavoro di Chiara: camiciona a scacchi, jeans, capelli sciolti. Qualche metro più in là c’è un uomo sulla cinquantina con un look analogo, eccetto i capelli, che non ha. Sta lucidando la targhetta d’ottone sulla base di una marmotta imbalsamata.

“Canna liscia, monocolpo, calcio all’inglese” recita stancamente Chiara, atona, reggendo il fucile.

L’uomo sulla cinquantina posa la marmotta e s’accosta al bancone. “Chiara, servo io il signore” dice. “Oggi è meglio se vai a casa prima.”

“Grazie, signor Vecchiazzi” sospira lei. “In effetti, non mi sento molto in forma.” China leggermente il capo, una ciocca bionda le cade sulla fronte.

Vecchiazzi sorride, paterno, e le posa una mano su una spalla. “Avrai la pressione bassa, dovresti mangiare più carne. Toh, guarda, c’è il tuo ragazzo.”

Chiara alza il capo di scatto. Oltre la vetrina del negozio vede Carlo, in giacca e cravatta, che scende dalla sua macchina, avanza verso la porta e le rivolge un cenno di saluto. Lo sguardo di Chiara, improvvisamente illuminato da uno strano lampo, si sposta sulla testa di cervo appesa sopra la porta. Poi sulla parete di coltelli. Poi sul fucile. Poi ancora su Carlo. Poi ancora sul fucile.

Poi ancora su Carlo.



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