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Marzo 30, 2006

Da: Faccine

Ultima Thule


“Buongiorno, Giulio” disse la voce. “O meglio, buonasera. Sono quasi sicuro che ascolterai questo messaggio di notte, subito dopo aver trovato il mio ultimo… lavoro.”

La registrazione su nastro era dominata da un fruscio continuo e uniforme. Molto al di sotto di esso, tanto che distinguerla richiedeva grande concentrazione, c’era la voce. Una voce sabbiosa, lontana, distorta e asessuata: non sembrava nemmeno umana.

“Un sintetizzatore vocale?” ipotizzò Pizzuti. De Val gli impose di tacere con un sibilo rabbioso. Misura inutile: in quel momento la voce sul nastro era silenziosa. Dall’altoparlante del registratore scaturivano solo fruscii. Giulio fissava le bobine rotanti come ipnotizzato.

Qualche secondo dopo, la voce riprese a parlare.

“Spero non sia un problema se ti do del tu, Giulio. In fondo ci conosciamo così bene… Ti ho osservato a lungo, e so molte cose sul tuo conto. Quanto a te… Ti ho scelto proprio perché sei il massimo esperto delle mie opere. Il mio critico di fiducia, in un certo senso.”

Ci fu un’altra pausa. Giulio socchiuse gli occhi: benché fosse palesemente contraffatta, forse addirittura sintetica, quella voce dava l’impressione di parlargli con ironia superiore. Un tono da padrone del gioco. Oltre i disturbi e la pessima qualità dell’audio, Giulio riusciva quasi a vedere la bocca dalla quale uscivano quelle parole; una bocca contratta in un sorriso arrogante.

La voce parlò nuovamente.

“Non temere, Giulio, non ho intenzione di farti del male… A meno che tu non mi ci costringa. Farò male ad altri, piuttosto… Molto più di quanto ne ho fatto finora. Sono all’apice dell’ispirazione, Giulio, e penso che da oggi produrrò una nuova opera d’arte alla settimana… Finché tu non mi fermi.”

Terza pausa.

“Che figlio di puttana” ringhiò De Val. Pizzuti accennò a portare l’indice alle labbra per invitarlo al silenzio, ma De Val lo folgorò con uno sguardo micidiale; il brigadiere ritrasse timidamente la mano. Giulio continuava a fissare il moto delle bobine.

“Devi capire che la mia non è una mente malata, Giulio” proseguì la voce. “La mia è una mente geniale, che ha la fortuna di potersi esprimere attraverso una materia molto facile da reperire.”

Giulio percepì che il tono della voce era cambiato. Da ironico, s’era fatto maledettamente serio.

“La mia opera è un capolavoro… E come tutti i veri capolavori ha un altissimo valore morale. Mi manca solo un testimone che tramandi ai posteri il mio messaggio… Quel testimone sarai tu, Giulio. Sta a te far sì che ciò avvenga il prima possibile.”

Quarta pausa, durante la quale al silenzio del nastro corrispose quello degli ascoltatori. Il pesante fruscio dominò la stanza.

“Cercami a Ultima Thule, Giulio” proseguì la voce. “Dove le distanze non esistono.”

“Che cazzo…?” sbottò De Val.

“Fermami, Giulio Mantovani” concluse la voce. “Fermami.”

La registrazione si interruppe con uno scatto secco.

De Val si passò una mano sul viso. “Ci mancavano pure gli indovinelli… Pensavo che queste cazzate succedessero solo nei film americani.”

“Thule non è il nome che davano gli antichi romani all’Islanda?” chiese Pizzuti.

“Guarda che le facciamo tutti le parole crociate, cervellone” lo aggredì De Val. “Quindi, quale dovrebbe essere la prossima mossa, secondo te? Prendiamo il primo aereo per Helsinki?”

“E’ Reykjavik” mormorò Pizzuti, intimorito.

Giulio, intanto, non aveva mai smesso di fissare il registratore, quasi si aspettasse di sentirlo parlare ancora. Lo sfiorò con la punta delle dita.

“Il nastro lo prendo io” disse De Val. “Se lì dentro c’è qualcosa che può farci risalire a quell’imbecille squilibrato, lo troveremo.”

“Forse è squilibrato” replicò Giulio. “Di certo non è un imbecille. E’ per questo che sul nastro non troverai niente più di quanto abbiamo sentito.” Sollevò lo sguardo. “Qual è l’unico posto dove non esistono le distanze? Dove puoi parlare con una persona che è dall’altra parte del mondo come se fosse davanti a te?”

Per qualche istante, le fronti di Pizzuti e di De Val si incresparono pensose. Poi Pizzuti s’illuminò in viso. “La Rete” disse.

“A quanto pare avevi ragione, Igor” annuì Giulio. “C’è un collegamento a Internet, qui dentro? Scommetto che esiste una chat chiamata Ultima Thule.”

Posted by DottorD at 23:31 | Comments (0)

Marzo 29, 2006

Da: A(r)marsi

My baby shot me down


“Aspetti, signor Vecchiazzi, finisco di mostrare quest’arma al signore e poi vado. Grazie davvero per la comprensione. Apro io a Carlo, lasci.”

Chiara pare rianimarsi un po’. Preme il pulsante per l’apertura elettrica della porta, poi torna a rivolgersi al cliente, questa volta con maggior convinzione.

“Come vede, questo fucile è estremamente maneggevole” Solleva l’arma, la posa su una spalla e finge di puntarla contro gli animali impagliati, passando rapidamente da un bersaglio all’altro. Poi la abbassa, la apre piegandola tra calcio e canna e la regge sul braccio sinistro, mentre con la mano destra afferra una cartuccia nera.

“Il caricamento posteriore ha un meccanismo di apertura e chiusura perfettamente registrato: in un paio di secondi può tornare a sparare.” Chiude il fucile con uno scatto del polso e lo rimette in posizione di tiro. Con un occhio semichiuso, continua a magnificare le qualità dell’oggetto.

“La taratura del mirino consente una precisione con pochi eguali tra le armi di questa categoria: pur essendo un fucile da selvaggina grossa, le prestazioni sono vicine a quelle di una carabina da tiro. Letteralmente, con questo gioiello può centrare l’occhio di un cinghiale a quattrocento metri. E se usa queste cartucce lo riduce già a condimento per le pappardelle.”

Intanto che parla, inquadra nel mirino prima una volpe impagliata, poi un fagiano, infine la testa di cervo appesa sopra l’ingresso, esattamente nel momento in cui Carlo varca la soglia. Per un effetto di prospettiva, la faccia del suo fidanzato si sovrappone a quella del cervo, in modo da rivelare il volto allegro di Carlo incoronato da due ampi palchi di corna ramificate. Il dito di Chiara ha un tremito sul grilletto.

“Ciao, caro. Che sorpresa vederti.” Lo saluta garrula, mantenendo il fucile spianato. “Chiudi la porta, per favore.”

“Ciao tesoro. Sempre innamorata del tuo lavoro, vedo.” Le risponde Carlo, sorridente come una pubblicità del dentifricio.

“Oh, sì. Non hai idea di quanto mi piaccia. In effetti credo che questo lavoro sia la chiave per la mia felicità.” cinguetta lei, sempre più gaia. Poi si gira di scatto e spara. La detonazione è assordante: per un attimo, pare che non vi sia nulla oltre al rumore dello sparo. Il sorriso di Carlo si imbalsama come uno degli animali del negozio, mentre capisce cosa è successo.

A pochi metri da lui, infatti, Vecchiazzi si accascia al suolo. O meglio, il corpo senza testa di Vecchiazzi: la scarica di pallettoni ha cancellato il proprietario dell’armeria dal collo in su, lasciando al posto della pelata un moncherino fumante. L’intera parete alle spalle di Vecchiazzi è crivellata di buchi e ridipinta di poltiglia rossa, schegge di osso e brandelli grigiastri. Una nuvola di intonaco polverizzato riempie il negozio, ricoprendo il bancone, le scansie danneggiate ed i presenti di una lieve patina bianca. Chiara, placida, ricarica il fucile e si infila in tasca una manciata di munizioni, poi esce dallo spazio dietro il bancone scavalcando quel che resta del suo ex datore di lavoro.

“Lei è sempre stato buono con me, signor Vecchiazzi. Mi ha aiutato tanto, e le prometto che anche stavolta non mi dimenticherò della sua gentilezza.”

Carlo è attonito. Gli occhi terrorizzati scorrono dalla sua fidanzata al cadavere, mentre la bocca resta grottescamente improntata al sorriso.
Il cliente, seduto con la schiena appoggiata al muro, la testa tra le mani, ripete ossessivamente: “Oddioddioddioddioddio…”. Chiara va a pararsi di fronte a lui, in piedi. La bocca del fucile è all’altezza del volto dell’uomo.

“Ha visto che potenza? Cosa dice, è o non è un gioiello? Posso anche farle un piccolo sconto, visto che è tecnicamente un usato, adesso. Però avrei bisogno di un favore in cambio, se non le è di troppo disturbo. Si alzi, su. Un uomo della sua età! Non sta bene che frigni così. Ecco, bravo. Vada a quello scaffale – no, quell’altro, a destra, sì, quello – e mi prenda il filo per la pesca d’altura. Sì, quello con sopra il disegno del marlin. Grazie mille, gentilissimo. Ora sarebbe così cortese da portare qui la sedia, quella appena dietro la porta del retrobottega? Grazie ancora, la poggi pure qui.” Si volta verso Carlo, con aria sognante:

“Caro, sii un amore, vuoi? Siediti qui mentre il signore – a proposito, come si chiama, signore?”

“Amedeo. Amedeo Torti.” Risponde l’uomo. Poi deglutisce.

“…mentre il signor Amedeo ti lega, ti spiace? Benissimo. Ecco, signor Amedeo, non si preoccupi, stringa pure, al mio tesoro piacciono queste cose.” Scoppia in una risatina imbarazzata: “Oh, che sfrontata. Ma non dobbiamo vergognarci, siamo tutti adulti e vaccinati, no? Ora, se volete scusarmi… Vi pregherei di non fare movimenti inconsulti.”

Va all’armadio dei coltelli, ed inizia ad estrarne lame di tutti i tipi: coltelli da caccia col fodero di pelle, serramanico, riproduzioni di katane giapponesi, stellette ninja, perfino un pugnale dall’aspetto fantasy con l’elsa a forma di ali di drago. E poi ami, taglierini, forbicine, filo per lenza di ogni misura. Posa tutto sul bancone e contempla l’armamentario, poi sospira.

“Signor Amedeo” si rivolge al cliente con fare serio “Lei ha la fede. E’ sposato, quindi.”

“Veramente sono vedovo. Mia moglie è morta l’anno scorso.”

“Oh, mi dispiace tanto. E mi dica, amava sua moglie?”

La voce dell’uomo è rotta dalla commozione. “Sì, l’ho amata ogni istante del nostro matrimonio. Mi manca tantissimo.”

“Lei è un brav’uomo, signor Amedeo. Ed è proprio la persona di cui avevo bisogno. Vede, signor Amedeo, io amo il qui presente Carlo. E’ pieno di difetti, lo so, ma io lo amo. E’ un pignolo, un vanesio, un egoista, è freddo e superficiale, ma non posso fare a meno di amarlo, e di volere che lui ami me. Ma lui non mi ama, l’ha detto ieri sera. Non voglio rinunciare a lui e non voglio stare con un uomo che non mi ama, capisce il mio dramma? Secondo lei, che alternative ho?”

Con un gesto, mostra le lame e gli altri oggetti sul bancone:

“Eccola, la mia alternativa. Lei, signor Amedeo, ha tempo fino a domattina per insegnare a Carlo ad amarmi. Può blandirlo, usare la persuasione, minacciarlo…” inclina la testa, guardando il fidanzato intenerita “…e ovviamente può torturarlo. Faccia come crede, ma domani mattina Carlo deve essere follemente innamorato di me. Non basta che lo dica, badi bene: deve essere Vero Amore, con tutte le maiuscole al suo posto. Non si preoccupi di essere disturbato: il negozio è insonorizzato, e Vecchiazzi viveva da solo. Metterò il cartello ‘CHIUSO’ sulla porta, così nessuno verrà ad interromperla. Di qualunque cosa abbia bisogno, mi chieda pure. Ma” Il suo tono si indurisce:

“Se prova a scappare, le sparo. Se si ribella, le sparo. Se Carlo non mi amerà, le sparo. Tutto chiaro? Bene” La voce di Chiara torna euforica, gioiosa “Allora, forza! Si metta al lavoro, signor Amedeo!”

Posted by Vendetta at 15:01 | Comments (4)

Marzo 22, 2006

Da: La vecchia e il ladro

La fuga


Un piede davanti all'altro, chissà da quanto tempo; non lo sapeva più nemmeno lui.

I morsi della fame cominciavano ad essere evidenti; a volte aveva delle fitte così forti da doversi fermare, contro ogni logica e prudenza. Allora cercava un punto poco in vista, magari acquattandosi dietro uno dei rari arbusti che costeggiavano il nastro di polvere che stava percorrendo, un po' come quando sentiva il rumore lontano di un motore e cercava disperatamente un riparo, correndo di qua e di là finché riusciva a mimetizzarsi con l'ambiente. In questo sì, almeno in questo, era un vero maestro. Poi guardava passare la macchina a pochi metri da lui, mangiava in silenzio la polvere che questa alzava. E la polvere gli seccava ancora di più la gola, giusto per ricordargli che probabilmente non ce l'avrebbe fatta.
Il più delle volte era solo un veicolo di passaggio sulla via principale che portava da Alba a Selva o viceversa. Solo in due occasioni era stato superato da un veicolo delle Dive, e uno di questi pareva proprio cercare lui, col suo incedere lento e le occhiate penetranti che gli occupanti davano a destra e a sinistra, in cerca della preda. Difficile dire con certezza se fosse lui, in quel frangente, la preda: quegli animali non erano mai sazi.
Ma l'aveva sempre fatta franca, e aveva sempre potuto riprendere il cammino. Alba non era lontana, lo sentiva, e non poteva cedere. Forse lì sarebbe stato braccato, forse l'avrebbe spuntata. In ogni modo, aveva ancora con sé quella fiala di veleno di serpente: dov'era prima, in ogni caso, non sarebbe tornato mai.
Se la fame lo tormentava, era l'esigenza di bere che proprio non sopportava più. Aveva trovato una pozzanghera un giorno e mezzo prima, acqua stagnante ma utile allo scopo; e pazienza per la dissenteria che gli aveva causato. Se ne avesse trovata un'altra avrebbe bevuto di nuovo. Perché non sarebbe morto. Non per loro. Non avrebbe dato loro questa soddisfazione.

Posted by Smag at 23:00 | Comments (0)

Marzo 21, 2006

Da: Faccine

:sarcastic:


- “Animata”? Cosa cazzo vorrebbe dire “animata”? -

De Val, l’ispettore del RIS, era fuori di sé. In piedi al centro del salone, scuoteva l’appuntato per il bavero, sputacchiandogli in faccia goccioline di saliva e caffé. Il giovane carabiniere non riusciva a rispondere: ogni volta che cercava di proferire verbo, il superiore lo interrompeva.

- Devi spiegarmi cosa cazzo intendi, adesso, subito! Taci! Non ho finito. Allora, mi vuoi rispondere? Cosa cazzo aspetti, eh? Zitto, per carità di Dio zitto o ti stronco… -

Mantovani sorrise, nonostante la situazione: De Val non era cambiato. Si avvicinò e gli posò una mano sul braccio.

- Vittorio -

L’altro parve calmarsi all’istante.

- Giulio, ciao. Sembra che abbiamo una merda grossa come una casa, qui. Grossa come questa, di casa. Vuoi un po’ di caffè? E’ decaffeinato: dopo l’angioplastica mia moglie ha il completo controllo del thermos -

- Non mi sembra che serva a molto, sei sempre incazzato lo stesso. Comunque no, grazie. L’hai già visto? -

- No, non ho visto ancora un cazzo: ero qui da cinque minuti, quando sei arrivato tu -

“E hai fatto in tempo a terrorizzare un ragazzino che aveva già paura di suo”, pensò Mantovani. Apprezzava il lavoro di De Val, ma non gli piaceva come trattava gli altri. Sembrava ritenere che ogni caso fosse un affare personale, e che tutti i colleghi fossero semplici strumenti per raggiungere il suo scopo. Attrezzi, non più degni di considerazione dei reagenti di laboratorio.

- Giulio, andiamo -

La voce di De Val lo riportò alla realtà. Scosse la testa, come a cacciare il pensiero, e imboccò le scale, verso la taverna della villa. Mentre scendevano, incrociarono un altro carabiniere, terreo in volto e con un fazzoletto davanti alla bocca. Il conato lo sorprese mentre apriva bocca per salutare. Mantovani, perplesso, si rivolse al collega.

- Pizzuti non ha voluto dirmi niente. Tu cosa sai? -

- Poco. Tra le frasi smozzicate e il vomito di questi, ho capito ben poco. Ma… -

- Ma? -

- Niente, è un’assurdità. Oh, ecco il tuo solerte Pizzuti -

A Mantovani non era piaciuto il tono sarcastico con cui l’altro l’aveva pronunciato, ma preferì abbozzare e rivolgersi direttamente al brigadiere.

- Igor, cosa c’è? Perché nessuno ne parla? -

- Venga a vedere, Commissario. Non si può descrivere a parole. Entri e guardi -

De Val spinse via bruscamente Pizzuti ed entrò nella stanza, subito seguito da Mantovani.

- Oh, Cristo -


Enrico Pedrazza, ex presidente provinciale coinvolto in scandali giudiziari, palazzinaro, proprietario di locali e riccone generico, giaceva supino sul panno del tavolo da biliardo. La vestaglia di seta era aperta, intrisa di sangue semirappreso, ed il largo ventre era illuminato dalle lampade. Sotto la luce giallastra e calda le linee rosse, spesse e decise, rilucevano in maniera incongruamente vivace.

- Elaborata - sospirò Mantovani - questa volta è elaborata -

La faccina occupava l’intero addome di Pedrazza: tonda, la bocca piegata in un mezzo sorriso sardonico squarciava la pelle all’altezza del pube. Gli occhi dello smilie non erano due semplici fori, ma veri e propri cerchi, le cui pupille guardavano in alto in un’espressione di irritante superiorità. A Mantovani ricordò l’atteggiamento di De Val quando ascoltava i suggerimenti dei sottoposti.

- Si muovono. - La voce dell’ispettore era poco più di un sibilo - Quei cazzo di occhi ironici del cazzo si muovono -

Era vero. Le pupille della faccina compivano un mezzo giro in senso antiorario, dal basso verso l’alto, per poi tornare con uno scatto al punto di partenza. Ogni evoluzione degli occhi produceva un fruscio liquido, seguito da un gorgoglio. Non c’era da stupirsi che tutti vomitassero.

Sei ore dopo, Mantovani posava il bicchiere di plastica del caffè, mentre De Val gettava i guanti di lattice nel contenitore dei rifiuti pericolosi.

- Pedrazza è morto circa due ore prima del suo rinvenimento. L’ha trovato la governante, che vive nella dependance della villa: era stupita del fatto che fosse ancora al biliardo, ed è entrata per dare un’occhiata. Ora è in osservazione in psichiatria.
Il movimento è dato da un vecchio registratore a nastro modificato: la cute è stata incisa, rimossa ed il registratore è stato inserito nella cavità addominale, approfittando dell’obesità della vittima. Dopodiché la faccina è stata riposizionata. Gli occhi sono stati disegnati successivamente sulle rispettive porzioni di epidermide, e poi applicati sulle ruote delle bobine. Il sanguinamento massivo ed il grado di coagulazione paiono indicare che il crimine sia avvenuto precedentemente al depasso di Pedrazza… -

- Scusa, Vittorio, stai dicendo che… -

- Era vivo quando lo stronzo gli ha ficcato il cazzo di marchingegno in panza, sì. Sette più al Commissario. Posso andare avanti adesso? -

- Probabilmente la vittima era drogata: per quanto prolassati, i muscoli addominali si sarebbero contratti e non avrebbero consentito all’assassino di agire comodamente. Attendiamo i risultati delle analisi del sangue per capire quale sia il sedativo somministrato. -

- Ispettore, commissario, c’è una novità -

Un tecnico di laboratorio s’era affacciato alla porta. Ad un cenno di Mantovani, fece un passo avanti.

- Abbiamo esaminato il macchinario, e risulta che le bobine contenessero una porzione di nastro magnetico. Siamo riusciti ad ascoltarlo: malgrado la condizione, è perfettamente udibile. Ha una resa sonora davvero buona, se mi è permesso dirlo, ma la cosa più importante è che… ecco, non saprei come dirlo, ma… C’è un messaggio dentro, Commissario. Un messaggio per lei. -

Posted by Vendetta at 10:42 | Comments (0)

Da: Angela (Incipit 4)

Incidente


Questa è la storia del giorno in cui smisi di essere ateo.

Mi chiamo Paolo Mezzani, ho trentacinque anni e sono un tecnico hardware. Sono considerato una persona normale, senza particolari fobie o manie, senza eccessi, voli di fantasia, senza caratteristiche particolari o fuori dalla norma.

Deve essere per questo motivo che mia moglie mi ha lasciato, anche se lei mi aveva propinato un discorso confuso infarcito di parole come incomunicabilità, incompatibilità ed altre tratte probabilmente da qualche settimanale femminile.
La sera del 14 novembre stavo infatti tornando dall’aeroporto di Malpensa, dove l’avevo accompagnata: tornava dai suoi genitori, a Roma. Io invece stavo tornando a casa mia, dove non c’era nessuno ad aspettarmi.

C’era un po’ di foschia, ma non nebbia. Il mio umore era pessimo e, come spesso accade in questi casi, mi sembrava che tutto cospirasse a consolidare ed incrementare le mie sensazioni. Le morte città di provincia, quelle case spente, mi sembravano immerse in un sonno comatoso, senza risveglio; le rare persone incontrate per la strada e scomparse in un attimo nello specchietto retrovisore erano immobili, come maschere di cartapesta ghignanti di un carnevale funereo. Un senso di dolore generalizzato mi trafiggeva ed anche il cielo aveva una qualità opprimente che mi costringeva a distogliere lo sguardo.

Forse avrei dovuto prestare più attenzione alla strada, perché fu solo all’ultimo momento che vidi, dopo una curva, una grande forma scura abbandonata in mezzo alla corsia.

Sterzai bruscamente, preso dal panico. La macchina ebbe una reazione imprevista ed uscì di strada, finì di muso nel canale di scolo delle acque piovane, si impennò di coda e si ribaltò sul tetto. L’ultima cosa che pensai, in stridente contrasto con i pensieri funerei che avevo appena avuto fu “Dio no, ti prego!”

Dovevo aver perso i sensi, perché ad un certo punto pensai allo strano sogno che stavo facendo, di essere a testa in giù dopo un incidente sulla strada di casa. Avevo sognato di accompagnare Marta…

Merda…

No… non era stato un sogno. Tornai alla piena coscienza e ricominciai a sentire il cigolio della ruota disassata che continuava a girare e la puzza di benzina. Girai il collo verso la strada e vidi cosa avevo evitato per pochi metri: una figura umana coricata scompostamente in mezzo alla strada.

Posted by Sbazzeguti at 00:07 | Comments (0)

Marzo 17, 2006

Da: Incipit

Incipit


Cinque possibili inizi di racconti. Sceglietene uno e portatelo avanti come vi pare. Niente impedisce che due incipit vengano scelti da due persone diverse e sviluppati in direzioni differenti. Vediamo cosa salta fuori.

1) Era una brava persona, ma aveva la sfortuna di chiamarsi Albert, per gli amici Al. Di cognome, Qaeda.

2) "Sto bene" disse. E morì.

3) Tra tutti i posti nei quali gli si era incastrata la testa, e Dio sa che non erano pochi, quello era di sicuro il più imbarazzante.

4) Questa è la storia del giorno in cui smisi di essere ateo.

5) "Posso uscire a giocare?" chiese il computer.

Posted by DottorD at 01:40 | Comments (0)

Da: Faccine

Faccine


Giulio passò il resto della giornata a stendere il rapporto dell’accaduto. Ne approfittò per commissionare al brigadier Pizzuti una ricerca sulla vittima. Era quasi sicuro che non lo avrebbe portato da nessuna parte, ma non poteva permettersi di lasciare nulla d’intentato.

“Alessandro Scarlatti, quarantadue anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano, residente a Lodi” lesse ad alta voce Giulio dal foglio che gli aveva stampato Igor. “Web designer, due figli, divorziato.” Sospirò. “Tutto qui?”

“Beh,” abbozzò Igor, “ci sarebbe un’altra cosa, commissario… Qualcosa che forse potrebbe avere attinenza col nostro caso.” Il brigadiere sembrava stranamente imbarazzato.

“Lascia decidere a me se ha attinenza o no” disse Giulio, posando il foglio sulla scrivania e sistemandosi sulla poltrona. “Sentiamo.”

“Vede, commissario,” spiegò il brigadiere, “Scarlatti era stato lasciato dalla moglie perché aveva un amante.” Poi, abbassando la voce d’istinto, precisò: “Un amante senza apostrofo.”

“Ah” fu il commento di Giulio, non privo di una punta di stupore.

“E’ una storia che ha fatto un certo scalpore in città” proseguì Igor. “Sa com’è, nei piccoli centri, le voci girano. Ma il dettaglio più interessante è che Scarlatti e il suo uomo si erano conosciuti in un sito di incontri… Pare che Scarlatti fosse un vero fanatico di Internet. Praticamente viveva in Rete.”

“E proprio in Rete potrebbe aver incontrato il killer” concluse Giulio. “Un assassino che cerca le sue vittime su Internet… Una teoria che spiegherebbe i segni lasciati sui corpi.” Giulio si carezzò il mento. “E’ un’ipotesi che avevo già preso in considerazione, Igor. La possibilità che gli individui uccisi non avessero subito aggressioni casuali, ma fossero stati volontariamente attirati in trappola attraverso Internet… Caduti nella Rete. La chat, del resto, sarebbe uno strumento perfetto a questo scopo. In chat è facile fingere di essere chiunque… E agganciare persone di ogni età e orientamento sessuale.”

Giulio si alzò.

“Peccato che abbiamo già battuto questa pista, senza successo. Nessuna delle vittime precedenti era un’assidua frequentatrice di chat, anzi, molti di loro non possedevano nemmeno un computer. Comunque, per sicurezza, sarà meglio dare un’occhiata al PC di Scarlatti.”

“Sarà fatto, commissario.”

“Cosa dicono del corpo quelli della scientifica?”

“Pare che Scarlatti sia stato ucciso da un colpo al cranio inferto con un oggetto contundente. Ma non sapremo niente di certo fino all’autopsia.”

Giulio sospirò di nuovo. “Fino al prossimo omicidio, vorrai dire. Non mi faccio illusioni, se non abbiamo beccato il killer finora non lo beccheremo più, a meno che non commetta qualche errore clamoroso. Adesso, come al solito, il nostro amico sparirà nel nulla per un annetto… Finché non troveremo un altro corpo, in un altro vicolo, con un’altra faccina incisa sulla schiena.”

Giulio si avvicinò all’attaccapanni, prese la sua giacca e il suo cappello.

“Vado a casa. A domani, Igor.”

“Buonanotte, commissario.”

Quella del commissario non fu una buona notte. Sognò che stavolta le carni sulle quali veniva incisa la faccina erano le sue, ma lui non poteva vedere chi lo stesse torturando, perché l’incisione avveniva dall’interno. Una sinistra faccina sorridente appariva dal nulla sul suo petto, come se la lama che ne tracciava i contorni fosse dentro il suo corpo.

Provò quasi una forma di sollievo quando lo squillo del cellulare di servizio lo svegliò, strappandolo a quell’incubo. Mentre rispondeva, gettò un’occhiata alla radiosveglia: erano le tre del mattino.

“Pronto.”

“Commissario.”

Benché fosse ancora assonnato, riconobbe la voce di Igor e vi colse una venatura di sgomento.

“Che c’è?” chiese Giulio, scendendo dal letto.

“Ne hanno trovata un’altra” disse Igor.

“Un’altra cosa?”

“Un’altra vittima di Faccine, commissario.”

“Non è possibile. E’ passato troppo poco tempo. Dev’essere opera di un emulo.”

“Può darsi. Anche perché…” Il brigadiere tacque un attimo. “Stavolta è diverso dalle volte precedenti, commissario. E’ meglio che veda con i suoi occhi.”

Posted by DottorD at 01:23 | Comments (0)

Marzo 16, 2006

Da: A(r)marsi

A(r)marsi


Lui e lei seduti al tavolo di un ristorante. Tintinnii di posate, camerieri in giacca bianca, vasca delle aragoste, musica filosoffusa.

Lei ha una bellezza da sirena, o analoga creatura abissale: occhi azzurro mare, chiome biondo sabbia, labbra rosso corallo, naso a pinna di squalo. Secca, filiforme, niente fianchi, niente tette, un fisico da playmate dei sogni di Popeye.

Lui ha l’aria di uno che non sarebbe brutto, se non fosse un po’ idrocefalo. Sembra che gli abbiano infilato a forza la pelle della testa su un teschio troppo largo. Capelli tagliati cortissimi, accenno di stempiatura, pettorali e bicipiti da frequentatore di palestre, una tacca sotto la Zona Fanatismo.

Look di lei: vestito lungo da sera color prugna con scollatura quadrata, scarpe aperte, filo di perle, capelli raccolti dietro la nuca.

Look di lui: camicia color salmone, giacca e pantaloni coordinati, scarpe fresche di lucidatura.

Lui, curvo sul piatto, sta sezionando un filetto con la cura e la cautela del neurochirurgo. Lei, col gomito destro poggiato alla tavola e il mento poggiato al palmo destro, fissa lui socchiudendo gli occhi e sorridendo. Sul tavolo: tovaglioli piegati, flute, fiori, bottiglia di vino.

D’un tratto, lei distoglie lo sguardo da lui e lo rivolge all’orologio che porta al polso. Guarda il quadrante per qualche secondo, poi dice:

“Carlo.”

Lui, impassibile, alza la testa.

“Chiara?”

“Sono le ventuno e undici.”

“E…?”

“E’ successo esattamente un anno fa, a quest’ora.”

La bocca di lui si torce in un mezzo sorriso. “Allora, brindiamo.”

Prende la bottiglia e, con mano sicura, riempie entrambi i flute esattamente allo stesso livello. Posa la bottiglia, entrambi prendono i calici e li sollevano. Mentre bevono, lei lo guarda negli occhi, lui guarda la vasca delle aragoste.

A brindisi compiuto, lo schema precedente si ricompone: lui torna ad accanirsi sul filetto, lei a contemplare lui.

Si avvicina un cameriere. Con un piccolo inchino, deposita davanti a lei un piattone d’insalata generosamente condito d’ossigeno e d’aria. Lei ringrazia, il cameriere s’allontana, lui getta uno sguardo ozioso al piatto di lei.

“Ti ho mai detto quant’è ironico che tu sia vegetariana e lavori in un negozio di caccia e pesca?”

“Sì.” La mano destra di lei striscia sul tavolo fino a incontrare la sinistra di lui. “Ma c’è un’altra cosa che non mi hai mai detto.”

Lo sguardo di lui passa dal piatto alla faccia di lei, e da ozioso a interrogativo. Il sorriso di lei s’allarga, le sue guance arrossiscono un po’.

“So che non ci sarebbe bisogno di dire certe cose, e che le azioni parlano da sole, però… Sono sicura che non te ne sei neanche accorto, ma in un anno che stiamo insieme non mi hai mai detto che mi ami.”

“Perché non ti amo” risponde lui, sempre impassibile.

Gli angoli della bocca di lei crollano verso il basso, nei suoi occhi lampeggia il panico. Con un alito di voce, lei commenta: “Eh?”

Lui le afferra la mano. “Chiara, io ti apprezzo e ti stimo. Hai un buon carattere e la testa sulle spalle. Sono sicuro che un giorno sarai una buona moglie e una buona madre, ed è per questo che spero di passare il resto della mia vita al tuo fianco. Mi prenderò cura di te, ti rispetterò e ti sarò fedele come ho fatto fino ad oggi, ma non ti amo, non ti ho mai amata e probabilmente non ti amerò mai. Almeno non nel senso che intendi tu.”

“E… E perché non me l’hai mai detto?” boccheggia lei.

“Perché tu non me l’hai mai chiesto” risponde lui. Poi, in un silenzio di ghiaccio, sotto lo sguardo attonito e vetrizzato di lei, torna a dedicarsi al filetto. Finalmente ne stacca un pezzo, perfettamente quadrato; lo infilza sulla forchetta e lo solleva, osservandolo da ogni angolazione.

“La sincerità è fondamentale in un rapporto, non trovi?” dice. “I miei genitori non si sono mai amati e non hanno mai mentito l’uno all’altra. E’ per questo che convivono felicemente da trentadue anni.” Inghiotte il boccone e, masticando, aggiunge: “Buon appetito.”

Lentamente, senza emettere un suono, lei si rivolge all’insalata.

Il giorno dopo.

Negozio di articoli per la caccia e la pesca. Rastrelliere di fucili, doppiette, carabine dal calcio istoriato. Un’intera parete di carnieri, cartucciere e coltelli in foderi di cuoio; un’altra dedicata agli ami e alle esche. Animali impagliati, fagiani, lepri, volpi. Appesa sopra la porta d’ingresso, una testa di cervo. Oltre il vetro del bancone, un arcobaleno di munizioni e bussolotti neri, rossi e blu. Su quello stesso vetro è posato un fucile, del quale Chiara sta esponendo le caratteristiche a un cliente canuto.

Tenuta da lavoro di Chiara: camiciona a scacchi, jeans, capelli sciolti. Qualche metro più in là c’è un uomo sulla cinquantina con un look analogo, eccetto i capelli, che non ha. Sta lucidando la targhetta d’ottone sulla base di una marmotta imbalsamata.

“Canna liscia, monocolpo, calcio all’inglese” recita stancamente Chiara, atona, reggendo il fucile.

L’uomo sulla cinquantina posa la marmotta e s’accosta al bancone. “Chiara, servo io il signore” dice. “Oggi è meglio se vai a casa prima.”

“Grazie, signor Vecchiazzi” sospira lei. “In effetti, non mi sento molto in forma.” China leggermente il capo, una ciocca bionda le cade sulla fronte.

Vecchiazzi sorride, paterno, e le posa una mano su una spalla. “Avrai la pressione bassa, dovresti mangiare più carne. Toh, guarda, c’è il tuo ragazzo.”

Chiara alza il capo di scatto. Oltre la vetrina del negozio vede Carlo, in giacca e cravatta, che scende dalla sua macchina, avanza verso la porta e le rivolge un cenno di saluto. Lo sguardo di Chiara, improvvisamente illuminato da uno strano lampo, si sposta sulla testa di cervo appesa sopra la porta. Poi sulla parete di coltelli. Poi sul fucile. Poi ancora su Carlo. Poi ancora sul fucile.

Poi ancora su Carlo.

Posted by DottorD at 20:30 | Comments (1)

Marzo 14, 2006

Da:

Banner


Salve. Ci sono, anche se non sembra. Mi scuso per questo ritardo: in questo periodo ho pochissimo tempo, e non riesco a seguire i Narranauti da vicino. Penso che, fino ad aprile, farò molta fatica a scrivere qualcosa su questo blog; mi spiace.
Comunque, qualche banner sono riuscita a farlo. Li posto qui di seguito (perlomeno, ci provo), così mi dite se vi piacciono o se avevate in mente qualcosa di diverso. Tenete presente che questi non sono i banner definitivi: sono solamente un abbozzo, giusto per capire i vostri gusti e quello che vi aspettate. Se vi fanno schifo, dite: che schifo! No, non mi offendo. Se avevate in mente qualcosa di completamente diverso, spiegatemi che cos'era, e io cercherò di farlo. Se volevate degli antipixel, invece, è colpa vosta che mi avete chiesto di fare la cosa sbagliata. Ecco.
Ora tento di uploadare i file. Chissà cosa succederà, sono un pò emozionata.

Minimal
y.jpg

Romantico
y1.jpg

Kitsch
y2.jpg

Bottone minimal1
y6.jpg

Bottone minimal2
y7.jpg


Boh. Penso che si dovrebbero vedere. Come mi compete, ho salvato i file a caso senza specificare alcuna cartella. Nel caso non vada bene, o siano immagini troppo grandi, o qualunque altra cosa, potete cancellarli tranquillamente senza sensi di colpa. ;-)


UPDATE
Mi sono ricordata che ci sono anche le forme di Ph che si possono usare. A me non piacciono molto, però magari a voi si. Qui due esempi dei loghi che si possono fare con un semplice click. ;-)

formaph1.jpg

formaph2.jpg

Posted by Culodritto at 23:30 | Comments (10)

Marzo 10, 2006

Da: L'Alternauta

L'Alternauta


“Terra 58?”

“Ha una massa superiore del 3% rispetto a Terra 1 e, di conseguenza, una maggiore gravità. Inoltre, l’atmosfera è più densa e abrasiva della nostra. I terrestri di Terra 58 sono fisicamente più massicci di noi e hanno la pelle spessa come cuoio.”

“Esatto. Terra 47?”

“E’ una Terra dove Napoleone ha vinto a Waterloo. La Francia ha conquistato prima l’Inghilterra e poi l’America del Nord. L’Impero Francese è collassato a metà Novecento, ma nelle ex colonie è rimasta una profonda impronta francofila. Tutti i McDonald’s di Terra 47 si chiamano McDò.”

“Un pianeta di francesi! Ho i brividi solo a pensarci. Terra 85?”

“E’ suppergiù come Terra 1, ma non esistono i biondi e la lettera P. Senti, Jo, questo gioco diverte anche me, ma qui abbiamo un lavoro da finire.”

“Dai, Lev, non fare l’ingegnere, ancora una. Terra 132?”

Lev aggrotta la fronte e rimane un istante in silenzio.

Jo sorride trionfante. “Ah – aaah! Questa non la sai, eh?” dice.

Lo sguardo di Lev s’illumina.

“Opossum!” esclama. “Opossum giganti telepatici.”

Jo afferra un volume stampato, lo sfoglia freneticamente, si ferma e legge, seguendo la riga con la punta del dito. Sul suo volto si dipinge la sorpresa.

“Giusto” dice. “Incredibile.” Alza lo sguardo. “Non è incredibile, Judas? Lev conosce a memoria tutte le centottantuno Terre alternative.”

Judas, in questo momento, è ridotto alla sola testa, lo spazio tra il cranio rasato e la mascella cubica. Il resto del suo corpo è inguainato in una tuta di materiale plastico così nero che, nella penombra, risulta pressoché invisibile. L’unico accessorio che spicca è la cintura, dalla quale pendono, alla sua sinistra, tre piccole bisacce, e alla destra una fondina. Fra i piedi di Judas è posato, nero anch’esso, un casco.

Judas siede all’interno di una struttura metallica a forma d’uovo, alta circa cinque metri. Nella superficie dell’uovo, grigia e lucida come un dorso di balena, si spalanca un’apertura rettangolare che incornicia Judas. L’uovo poggia su un basamento a tronco di cono, collegato da matasse di cavi ai macchinari che ingombrano tre quarti dello stanzone.

“E’ scorretto distinguere tra Terre alternative e non, Jo” dice Judas. “Tutte le Terre, inclusa la nostra, sono alternative rispetto alle altre. E’ solo per convenzione che chiamiamo il nostro pianeta Terra 1.”

“Però il viaggio transdimensionale l’abbiamo scoperto noi” ribatte Jo, postadolescente brufoloso, rosso di capelli, in divisa blu da tecnico. “Su nessuna delle altre centottanta Terre esiste una tecnologia del genere.”

“Le Terre non sono né centottanta né centottantuno” dice Lev, brizzolato, occhialuto, in camice bianco, mentre digita dati su uno dei numerosi terminali presenti. “Queste sono soltanto le Terre che abbiamo scoperto finora, ma è ragionevole pensare che le frequenze di realtà siano infinite.”

“Ciò significa che l’Alternaverso è composto da infinite Terre, sulle quali si realizzano infinite possibilità” dice Judas. “Quindi, è probabile che ci siano infinite dimensioni parallele nelle quali la specie umana ha scoperto il viaggio transdimensionale. Dobbiamo solo aspettare di trovarle.”

“O aspettare che loro trovino noi” dice Jo.

Con un sibilo appena percettibile, su una delle pareti dello stanzone si apre una porta a scorrimento. Oltre la soglia appare un uomo sulla sessantina, in uniforme verde marcio. Ha il lato sinistro del petto zavorrato di medaglie.

Lev e Jo scattano sull’attenti.

“Lev Arcudi, Ingegnere Capo, signor generale” dice Lev.

“Johannes Formichenko, Supporto Tecnico, signor generale” dice Jo.

“Riposo, riposo” dice il generale. “Quanto manca alla partenza?”

“Il ciclo diagnostico è quasi finito, signore” dice Lev. “Se non rileva problemi, saremo pronti tra…” Lancia un’occhiata allo schermo più vicino. “…meno d’un minuto.”

“Molto bene” dice il generale. Gira intorno all’uovo, scavalcando trecce di cavi, finché non si trova di fronte a Judas, che sta per alzarsi. Il generale gli fa cenno di rimanere seduto.

“Judas Zerella, Alternauta numero Zero Due Nove, signor generale” dice Judas.

“Piacere di conoscerti, ragazzo. Io sono il generale Tamahori” dice il generale.

“So bene chi è, signore” ribatte Judas. “Mi permetta di aggiungere che per me è un onore prestare servizio sotto un uomo che ha combattuto contro il Tiranno e ha fatto tanto per la pace mondiale.”

Il generale si schermisce. “Ho fatto quel poco che potevo per rendere un posto migliore il nostro mondo… Che a quei tempi era ancora l’unico che avevamo. E’ la tua prima missione come Alternauta, ragazzo?”

“Sì, signore.”

“Ti spediremo su…” Il generale si ferma, si gratta una tempia, si rivolge a Lev. “Dove, di preciso, signor Arcudi?”

“Su Terra 106, signor generale” risponde Lev.

“Già” riprende il generale. “Finora siamo stati su Terra 106 solo con delle sonde automatiche. Sappiamo che si tratta di una dimensione parallela nella quale la fisica risponde a leggi identiche alle nostre, quindi non corri il rischio di ritrovarti su una di quelle Terre da incubo dove il suono viaggia più veloce della luce.”

“Tipo Terra 165” mormora Lev a Jo.

“Però non sappiamo altro” continua il generale. “Potrebbe essere una Terra dominata da funghi tecnocrati neoevoluti, oppure una dittatura planetaria del Partito Feminazista, nella quale essere maschi è reato.”

“Come le Terre 95 e 119” sussurra Lev a Jo.

“Insomma, non abbiamo la minima idea di cosa ti troverai davanti” prosegue il generale. “La tua missione è proprio raccogliere informazioni su Terra 106. Spero che tu abbia ricevuto l’addestramento e l’equipaggiamento necessari per far fronte a qualsiasi evenienza.”

“Farò del mio meglio, signore.”

“Bravo, ragazzo. Ricorda che potrai rimanere in contatto con noi grazie alla trasmittente transdimensionale inserita nel casco, ma non potremo farti rientrare prima di sei ore dalla partenza.” Si rivolge a Lev. “Signor Arcudi, ci siamo?”

Lev consulta ancora lo schermo. “Il software dell’Alternave gira come il meccanismo di un orologio svizzero, signor generale. Siamo pronti alla partenza.”

“Molto bene” dice il generale. Poi, a Judas: “Buona fortuna, ragazzo.”

Judas annuisce; raccoglie il casco e se lo infila. Le dita di Lev volano su una delle tastiere, papiri di dati scorrono su tutti gli schermi dello stanzone. Lentamente, l’apertura dell’uovo metallico si richiude. L’ultima cosa che vede Judas, prima che Terra 1 scompaia alla sua vista, è Jo che gli rivolge un pollice alzato.

Per qualche secondo, l’uovo di metallo si ricopre di scariche bluastre e brina. Poi le scariche si riducono a qualche scintilla residua e la brina comincia subito a sciogliersi. La porta rettangolare dell’uovo si riapre.

L’uovo è vuoto.

“Partito” dice Lev.

Posted by DottorD at 14:27 | Comments (4)

Marzo 5, 2006

Da: Faccine

: )


Giulio Mantovani non aveva mai visto un sorriso più orribile. Gli occhi: due cerchi rossi, la bocca: una fessura orlata di rosso. Niente naso, niente viso, nessun capello.
Ma non erano né il colore né l'infantile rappresentazione ad essere inquietanti, bensì il loro contesto. Quella faccia stilizzata e sorridente era incisa sul corpo di un uomo morto.

"Commissario Mantovani?"
"Sono qui, Igor."

Giulio si allontanò dalla figura sdraiata ed uscì dal vicolo, andando incontro a Igor Pizzuti, il brigadiere che l'aveva accompagnato sul luogo del delitto. Il resto della squadra stava terminando di rilevare impronte e raccogliere indizi. Nessun testimone.

"E stato lui, vero, commissario?"

Giulio annuì, semplicemente, senza aggiungere parola. "Riportami in ufficio, Igor".
Nel tragitto verso l'ufficio Giulio ripensava a quello che aveva visto ed al serial killer che da sette anni colpiva la zona di Lodi. "Faccine". Così era stato familiarmente soprannominato, noto alla stampa per il vezzo di imprimere sul corpo delle proprie vittime le "emoticons" o "smiley" utilizzati su internet. "Il killer delle chat" gridavano i giornali e le televisioni, oppure "l'assassino di internet" giusto per non allontanarsi dalle solite banalità. Purtroppo, in questo caso, gli organi competenti non avevano poi tante informazioni in più. Scelta casuale delle vittime, nessuna violenza sessuale, nessun tipo di sevizie a parte le incisioni sul corpo.
Lo strumento utilizzato non era lo stesso, ma non cambiava neppure a ciascun delitto, ovvero era praticamente ininfluente. Gli psicologi non erano neppure riusciti a mettersi d'accordo sul profilo: assassino impulsivo o pianificatore, riservato oppure estroverso. Perché incideva smiley sul corpo delle vittime? Erano messaggi? E per chi?
Ovviamente le ipotesi erano molteplici, tante quanti i rapporti sui singoli casi. Alcuni li aveva scritti proprio Giulio.

"Faccina semplice, questa volta..."
"Come dice, commissario?" Igor si era voltato, alle parole mormorate da Giulio.
"Nulla, Igor. Questa volta non ha fatto un lavoro artistico".
"Commissario, secondo me è un professionista del mestiere... un tatuatore o qualcosa del genere".

La strada era già stata battuta: l'ambiente dei tatuatori non era poi così vasto, facile tenerlo sotto controllo; inoltre Guido non concordava con questa ipotesi: non serve certo un professionista per incidere con un piccolo coltellino figure stilizzate su cadaveri. Serve una mente malata, questo si; ma purtroppo questa "qualità" sembrava essere sempre più comune.

Posted by Sbazzeguti at 10:15 | Comments (0)

Marzo 4, 2006

Da:

Regole ed informazioni per Autori e Lettori


Ecco le principali regole per gli Autori:

- ciascun Autore può iniziare uno o più racconti in parallelo.
- ciascun Autore può partecipare ad uno o più racconti iniziati da altri, secondo le modalità indicate dall'Autore originario di ciascun racconto.
- ciascun Autore, nell'iniziare un racconto, è tenuto a scrivere un commento per specificare le modalità di partecipazione al racconto stesso. Tali modalità comprendono, ad esempio, eventuali limiti di tempo. Ove queste indicazioni fossero assenti dal principio, è possibile aggiungerle in un secondo momento, tenendo conto anche del parere degli altri Autori.
- per le indicazioni relative al racconto si consiglia di utilizzare uno o più thread sul forum collegato.

Esistono tre tipologie principali di racconto:

1) Round Robin: ciasun Autore scrive un post, a turno. E' auspicabile che il numero di Autori sia pressoché stabile fin dal principio, in modo che ciascuno abbia le stesse opportunità di scrittura. Nulla vieta, però, di variarne il numero in corso d'opera; l'Autore originario avrà cura di esprimersi a riguardo nel suo primo contributo. Gli interventi di tutti gli Autori hanno la stessa importanza e gli Autori hanno lo stesso diritto di intervento sulla trama.
Il racconto finisce dopo un numero di "turni" predefinito (non necessariamente dal principio) e comunque con l'accordo almeno della maggioranza degli Autori.

2) Film: l'Autore che inizia il racconto è il Regista ed ha più diritti degli altri Autori. Il Regista decide, almeno grossolanamente, la trama, gli altri Autori interpretano Personaggi. A seconda dei casi il Regista assegna Personaggi esistenti, oppure accetta le "candidature" e gli spunti dei vari Autori. Come capita anche nel mondo del cinema ci sono diversi tipi di registi, da quelli più maniacali a quelli più "rilassati". Aspettatevi quindi che il Regista vi "diriga" puntualmente e con precisione oppure che vi dia carta bianca.
Il Regista può intervenire a piacimento nel suo racconto.
Il racconto finisce quando il Regista lo decide.

3) Gara: le regole sono praticamente le stesse della tipologia Round Robin, ma lo "scopo" di ciascun Autore è di mettere l'Autore successivo in difficoltà, da qualunque punto di vista (di trama, di coerenza interna, della psicologia dei personaggi). Quindi in ogni contributo l'Autore dovrà districarsi dalla posizione in cui è stato messo dall'Autore precedente e preparare il "trabocchetto" per l'Autore successivo. Chi non riesce ad uscire dall'impasse perde ed esce dal gioco, vince chi resta per ultimo. Il giudizio sulla "riuscita" o meno dell'operazione è lasciato ad un Autore esterno, che non partecipa al racconto in questione ed è deciso dal principio.

I Lettori sono invitati ad esprimere i loro commenti e le loro preferenze.

Buon divertimento a tutti!

Narranauta Uno.

Posted by Sbazzeguti at 22:35 | Comments (0)