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A(r)marsi


A(r)marsi

Lui e lei seduti al tavolo di un ristorante. Tintinnii di posate, camerieri in giacca bianca, vasca delle aragoste, musica filosoffusa.

Lei ha una bellezza da sirena, o analoga creatura abissale: occhi azzurro mare, chiome biondo sabbia, labbra rosso corallo, naso a pinna di squalo. Secca, filiforme, niente fianchi, niente tette, un fisico da playmate dei sogni di Popeye.

Lui ha l’aria di uno che non sarebbe brutto, se non fosse un po’ idrocefalo. Sembra che gli abbiano infilato a forza la pelle della testa su un teschio troppo largo. Capelli tagliati cortissimi, accenno di stempiatura, pettorali e bicipiti da frequentatore di palestre, una tacca sotto la Zona Fanatismo.

Look di lei: vestito lungo da sera color prugna con scollatura quadrata, scarpe aperte, filo di perle, capelli raccolti dietro la nuca.

Look di lui: camicia color salmone, giacca e pantaloni coordinati, scarpe fresche di lucidatura.

Lui, curvo sul piatto, sta sezionando un filetto con la cura e la cautela del neurochirurgo. Lei, col gomito destro poggiato alla tavola e il mento poggiato al palmo destro, fissa lui socchiudendo gli occhi e sorridendo. Sul tavolo: tovaglioli piegati, flute, fiori, bottiglia di vino.

D’un tratto, lei distoglie lo sguardo da lui e lo rivolge all’orologio che porta al polso. Guarda il quadrante per qualche secondo, poi dice:

“Carlo.”

Lui, impassibile, alza la testa.

“Chiara?”

“Sono le ventuno e undici.”

“E…?”

“E’ successo esattamente un anno fa, a quest’ora.”

La bocca di lui si torce in un mezzo sorriso. “Allora, brindiamo.”

Prende la bottiglia e, con mano sicura, riempie entrambi i flute esattamente allo stesso livello. Posa la bottiglia, entrambi prendono i calici e li sollevano. Mentre bevono, lei lo guarda negli occhi, lui guarda la vasca delle aragoste.

A brindisi compiuto, lo schema precedente si ricompone: lui torna ad accanirsi sul filetto, lei a contemplare lui.

Si avvicina un cameriere. Con un piccolo inchino, deposita davanti a lei un piattone d’insalata generosamente condito d’ossigeno e d’aria. Lei ringrazia, il cameriere s’allontana, lui getta uno sguardo ozioso al piatto di lei.

“Ti ho mai detto quant’è ironico che tu sia vegetariana e lavori in un negozio di caccia e pesca?”

“Sì.” La mano destra di lei striscia sul tavolo fino a incontrare la sinistra di lui. “Ma c’è un’altra cosa che non mi hai mai detto.”

Lo sguardo di lui passa dal piatto alla faccia di lei, e da ozioso a interrogativo. Il sorriso di lei s’allarga, le sue guance arrossiscono un po’.

“So che non ci sarebbe bisogno di dire certe cose, e che le azioni parlano da sole, però… Sono sicura che non te ne sei neanche accorto, ma in un anno che stiamo insieme non mi hai mai detto che mi ami.”

“Perché non ti amo” risponde lui, sempre impassibile.

Gli angoli della bocca di lei crollano verso il basso, nei suoi occhi lampeggia il panico. Con un alito di voce, lei commenta: “Eh?”

Lui le afferra la mano. “Chiara, io ti apprezzo e ti stimo. Hai un buon carattere e la testa sulle spalle. Sono sicuro che un giorno sarai una buona moglie e una buona madre, ed è per questo che spero di passare il resto della mia vita al tuo fianco. Mi prenderò cura di te, ti rispetterò e ti sarò fedele come ho fatto fino ad oggi, ma non ti amo, non ti ho mai amata e probabilmente non ti amerò mai. Almeno non nel senso che intendi tu.”

“E… E perché non me l’hai mai detto?” boccheggia lei.

“Perché tu non me l’hai mai chiesto” risponde lui. Poi, in un silenzio di ghiaccio, sotto lo sguardo attonito e vetrizzato di lei, torna a dedicarsi al filetto. Finalmente ne stacca un pezzo, perfettamente quadrato; lo infilza sulla forchetta e lo solleva, osservandolo da ogni angolazione.

“La sincerità è fondamentale in un rapporto, non trovi?” dice. “I miei genitori non si sono mai amati e non hanno mai mentito l’uno all’altra. E’ per questo che convivono felicemente da trentadue anni.” Inghiotte il boccone e, masticando, aggiunge: “Buon appetito.”

Lentamente, senza emettere un suono, lei si rivolge all’insalata.

Il giorno dopo.

Negozio di articoli per la caccia e la pesca. Rastrelliere di fucili, doppiette, carabine dal calcio istoriato. Un’intera parete di carnieri, cartucciere e coltelli in foderi di cuoio; un’altra dedicata agli ami e alle esche. Animali impagliati, fagiani, lepri, volpi. Appesa sopra la porta d’ingresso, una testa di cervo. Oltre il vetro del bancone, un arcobaleno di munizioni e bussolotti neri, rossi e blu. Su quello stesso vetro è posato un fucile, del quale Chiara sta esponendo le caratteristiche a un cliente canuto.

Tenuta da lavoro di Chiara: camiciona a scacchi, jeans, capelli sciolti. Qualche metro più in là c’è un uomo sulla cinquantina con un look analogo, eccetto i capelli, che non ha. Sta lucidando la targhetta d’ottone sulla base di una marmotta imbalsamata.

“Canna liscia, monocolpo, calcio all’inglese” recita stancamente Chiara, atona, reggendo il fucile.

L’uomo sulla cinquantina posa la marmotta e s’accosta al bancone. “Chiara, servo io il signore” dice. “Oggi è meglio se vai a casa prima.”

“Grazie, signor Vecchiazzi” sospira lei. “In effetti, non mi sento molto in forma.” China leggermente il capo, una ciocca bionda le cade sulla fronte.

Vecchiazzi sorride, paterno, e le posa una mano su una spalla. “Avrai la pressione bassa, dovresti mangiare più carne. Toh, guarda, c’è il tuo ragazzo.”

Chiara alza il capo di scatto. Oltre la vetrina del negozio vede Carlo, in giacca e cravatta, che scende dalla sua macchina, avanza verso la porta e le rivolge un cenno di saluto. Lo sguardo di Chiara, improvvisamente illuminato da uno strano lampo, si sposta sulla testa di cervo appesa sopra la porta. Poi sulla parete di coltelli. Poi sul fucile. Poi ancora su Carlo. Poi ancora sul fucile.

Poi ancora su Carlo.

My baby shot me down

“Aspetti, signor Vecchiazzi, finisco di mostrare quest’arma al signore e poi vado. Grazie davvero per la comprensione. Apro io a Carlo, lasci.”

Chiara pare rianimarsi un po’. Preme il pulsante per l’apertura elettrica della porta, poi torna a rivolgersi al cliente, questa volta con maggior convinzione.

“Come vede, questo fucile è estremamente maneggevole” Solleva l’arma, la posa su una spalla e finge di puntarla contro gli animali impagliati, passando rapidamente da un bersaglio all’altro. Poi la abbassa, la apre piegandola tra calcio e canna e la regge sul braccio sinistro, mentre con la mano destra afferra una cartuccia nera.

“Il caricamento posteriore ha un meccanismo di apertura e chiusura perfettamente registrato: in un paio di secondi può tornare a sparare.” Chiude il fucile con uno scatto del polso e lo rimette in posizione di tiro. Con un occhio semichiuso, continua a magnificare le qualità dell’oggetto.

“La taratura del mirino consente una precisione con pochi eguali tra le armi di questa categoria: pur essendo un fucile da selvaggina grossa, le prestazioni sono vicine a quelle di una carabina da tiro. Letteralmente, con questo gioiello può centrare l’occhio di un cinghiale a quattrocento metri. E se usa queste cartucce lo riduce già a condimento per le pappardelle.”

Intanto che parla, inquadra nel mirino prima una volpe impagliata, poi un fagiano, infine la testa di cervo appesa sopra l’ingresso, esattamente nel momento in cui Carlo varca la soglia. Per un effetto di prospettiva, la faccia del suo fidanzato si sovrappone a quella del cervo, in modo da rivelare il volto allegro di Carlo incoronato da due ampi palchi di corna ramificate. Il dito di Chiara ha un tremito sul grilletto.

“Ciao, caro. Che sorpresa vederti.” Lo saluta garrula, mantenendo il fucile spianato. “Chiudi la porta, per favore.”

“Ciao tesoro. Sempre innamorata del tuo lavoro, vedo.” Le risponde Carlo, sorridente come una pubblicità del dentifricio.

“Oh, sì. Non hai idea di quanto mi piaccia. In effetti credo che questo lavoro sia la chiave per la mia felicità.” cinguetta lei, sempre più gaia. Poi si gira di scatto e spara. La detonazione è assordante: per un attimo, pare che non vi sia nulla oltre al rumore dello sparo. Il sorriso di Carlo si imbalsama come uno degli animali del negozio, mentre capisce cosa è successo.

A pochi metri da lui, infatti, Vecchiazzi si accascia al suolo. O meglio, il corpo senza testa di Vecchiazzi: la scarica di pallettoni ha cancellato il proprietario dell’armeria dal collo in su, lasciando al posto della pelata un moncherino fumante. L’intera parete alle spalle di Vecchiazzi è crivellata di buchi e ridipinta di poltiglia rossa, schegge di osso e brandelli grigiastri. Una nuvola di intonaco polverizzato riempie il negozio, ricoprendo il bancone, le scansie danneggiate ed i presenti di una lieve patina bianca. Chiara, placida, ricarica il fucile e si infila in tasca una manciata di munizioni, poi esce dallo spazio dietro il bancone scavalcando quel che resta del suo ex datore di lavoro.

“Lei è sempre stato buono con me, signor Vecchiazzi. Mi ha aiutato tanto, e le prometto che anche stavolta non mi dimenticherò della sua gentilezza.”

Carlo è attonito. Gli occhi terrorizzati scorrono dalla sua fidanzata al cadavere, mentre la bocca resta grottescamente improntata al sorriso.
Il cliente, seduto con la schiena appoggiata al muro, la testa tra le mani, ripete ossessivamente: “Oddioddioddioddioddio…”. Chiara va a pararsi di fronte a lui, in piedi. La bocca del fucile è all’altezza del volto dell’uomo.

“Ha visto che potenza? Cosa dice, è o non è un gioiello? Posso anche farle un piccolo sconto, visto che è tecnicamente un usato, adesso. Però avrei bisogno di un favore in cambio, se non le è di troppo disturbo. Si alzi, su. Un uomo della sua età! Non sta bene che frigni così. Ecco, bravo. Vada a quello scaffale – no, quell’altro, a destra, sì, quello – e mi prenda il filo per la pesca d’altura. Sì, quello con sopra il disegno del marlin. Grazie mille, gentilissimo. Ora sarebbe così cortese da portare qui la sedia, quella appena dietro la porta del retrobottega? Grazie ancora, la poggi pure qui.” Si volta verso Carlo, con aria sognante:

“Caro, sii un amore, vuoi? Siediti qui mentre il signore – a proposito, come si chiama, signore?”

“Amedeo. Amedeo Torti.” Risponde l’uomo. Poi deglutisce.

“…mentre il signor Amedeo ti lega, ti spiace? Benissimo. Ecco, signor Amedeo, non si preoccupi, stringa pure, al mio tesoro piacciono queste cose.” Scoppia in una risatina imbarazzata: “Oh, che sfrontata. Ma non dobbiamo vergognarci, siamo tutti adulti e vaccinati, no? Ora, se volete scusarmi… Vi pregherei di non fare movimenti inconsulti.”

Va all’armadio dei coltelli, ed inizia ad estrarne lame di tutti i tipi: coltelli da caccia col fodero di pelle, serramanico, riproduzioni di katane giapponesi, stellette ninja, perfino un pugnale dall’aspetto fantasy con l’elsa a forma di ali di drago. E poi ami, taglierini, forbicine, filo per lenza di ogni misura. Posa tutto sul bancone e contempla l’armamentario, poi sospira.

“Signor Amedeo” si rivolge al cliente con fare serio “Lei ha la fede. E’ sposato, quindi.”

“Veramente sono vedovo. Mia moglie è morta l’anno scorso.”

“Oh, mi dispiace tanto. E mi dica, amava sua moglie?”

La voce dell’uomo è rotta dalla commozione. “Sì, l’ho amata ogni istante del nostro matrimonio. Mi manca tantissimo.”

“Lei è un brav’uomo, signor Amedeo. Ed è proprio la persona di cui avevo bisogno. Vede, signor Amedeo, io amo il qui presente Carlo. E’ pieno di difetti, lo so, ma io lo amo. E’ un pignolo, un vanesio, un egoista, è freddo e superficiale, ma non posso fare a meno di amarlo, e di volere che lui ami me. Ma lui non mi ama, l’ha detto ieri sera. Non voglio rinunciare a lui e non voglio stare con un uomo che non mi ama, capisce il mio dramma? Secondo lei, che alternative ho?”

Con un gesto, mostra le lame e gli altri oggetti sul bancone:

“Eccola, la mia alternativa. Lei, signor Amedeo, ha tempo fino a domattina per insegnare a Carlo ad amarmi. Può blandirlo, usare la persuasione, minacciarlo…” inclina la testa, guardando il fidanzato intenerita “…e ovviamente può torturarlo. Faccia come crede, ma domani mattina Carlo deve essere follemente innamorato di me. Non basta che lo dica, badi bene: deve essere Vero Amore, con tutte le maiuscole al suo posto. Non si preoccupi di essere disturbato: il negozio è insonorizzato, e Vecchiazzi viveva da solo. Metterò il cartello ‘CHIUSO’ sulla porta, così nessuno verrà ad interromperla. Di qualunque cosa abbia bisogno, mi chieda pure. Ma” Il suo tono si indurisce:

“Se prova a scappare, le sparo. Se si ribella, le sparo. Se Carlo non mi amerà, le sparo. Tutto chiaro? Bene” La voce di Chiara torna euforica, gioiosa “Allora, forza! Si metta al lavoro, signor Amedeo!”