Il viaggio più avventuroso di tutti è quello che ci porta a riempire il vuoto di una pagina bianca. Hai il coraggio di affrontare questa sfida? Allora puoi diventare uno di noi... Un Narranauta!
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:sarcastic:
Faccine
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FaccineGiulio Mantovani non aveva mai visto un sorriso più orribile. Gli occhi: due cerchi rossi, la bocca: una fessura orlata di rosso. Niente naso, niente viso, nessun capello.
Ma non erano né il colore né l'infantile rappresentazione ad essere inquietanti, bensì il loro contesto. Quella faccia stilizzata e sorridente era incisa sul corpo di un uomo morto.
"Commissario Mantovani?"
"Sono qui, Igor."
Giulio si allontanò dalla figura sdraiata ed uscì dal vicolo, andando incontro a Igor Pizzuti, il brigadiere che l'aveva accompagnato sul luogo del delitto. Il resto della squadra stava terminando di rilevare impronte e raccogliere indizi. Nessun testimone.
"E stato lui, vero, commissario?"
Giulio annuì, semplicemente, senza aggiungere parola. "Riportami in ufficio, Igor".
Nel tragitto verso l'ufficio Giulio ripensava a quello che aveva visto ed al serial killer che da sette anni colpiva la zona di Lodi. "Faccine". Così era stato familiarmente soprannominato, noto alla stampa per il vezzo di imprimere sul corpo delle proprie vittime le "emoticons" o "smiley" utilizzati su internet. "Il killer delle chat" gridavano i giornali e le televisioni, oppure "l'assassino di internet" giusto per non allontanarsi dalle solite banalità. Purtroppo, in questo caso, gli organi competenti non avevano poi tante informazioni in più. Scelta casuale delle vittime, nessuna violenza sessuale, nessun tipo di sevizie a parte le incisioni sul corpo.
Lo strumento utilizzato non era lo stesso, ma non cambiava neppure a ciascun delitto, ovvero era praticamente ininfluente. Gli psicologi non erano neppure riusciti a mettersi d'accordo sul profilo: assassino impulsivo o pianificatore, riservato oppure estroverso. Perché incideva smiley sul corpo delle vittime? Erano messaggi? E per chi?
Ovviamente le ipotesi erano molteplici, tante quanti i rapporti sui singoli casi. Alcuni li aveva scritti proprio Giulio.
"Faccina semplice, questa volta..."
"Come dice, commissario?" Igor si era voltato, alle parole mormorate da Giulio.
"Nulla, Igor. Questa volta non ha fatto un lavoro artistico".
"Commissario, secondo me è un professionista del mestiere... un tatuatore o qualcosa del genere".
La strada era già stata battuta: l'ambiente dei tatuatori non era poi così vasto, facile tenerlo sotto controllo; inoltre Guido non concordava con questa ipotesi: non serve certo un professionista per incidere con un piccolo coltellino figure stilizzate su cadaveri. Serve una mente malata, questo si; ma purtroppo questa "qualità" sembrava essere sempre più comune.
Giulio passò il resto della giornata a stendere il rapporto dell’accaduto. Ne approfittò per commissionare al brigadier Pizzuti una ricerca sulla vittima. Era quasi sicuro che non lo avrebbe portato da nessuna parte, ma non poteva permettersi di lasciare nulla d’intentato.
“Alessandro Scarlatti, quarantadue anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano, residente a Lodi” lesse ad alta voce Giulio dal foglio che gli aveva stampato Igor. “Web designer, due figli, divorziato.” Sospirò. “Tutto qui?”
“Beh,” abbozzò Igor, “ci sarebbe un’altra cosa, commissario… Qualcosa che forse potrebbe avere attinenza col nostro caso.” Il brigadiere sembrava stranamente imbarazzato.
“Lascia decidere a me se ha attinenza o no” disse Giulio, posando il foglio sulla scrivania e sistemandosi sulla poltrona. “Sentiamo.”
“Vede, commissario,” spiegò il brigadiere, “Scarlatti era stato lasciato dalla moglie perché aveva un amante.” Poi, abbassando la voce d’istinto, precisò: “Un amante senza apostrofo.”
“Ah” fu il commento di Giulio, non privo di una punta di stupore.
“E’ una storia che ha fatto un certo scalpore in città” proseguì Igor. “Sa com’è, nei piccoli centri, le voci girano. Ma il dettaglio più interessante è che Scarlatti e il suo uomo si erano conosciuti in un sito di incontri… Pare che Scarlatti fosse un vero fanatico di Internet. Praticamente viveva in Rete.”
“E proprio in Rete potrebbe aver incontrato il killer” concluse Giulio. “Un assassino che cerca le sue vittime su Internet… Una teoria che spiegherebbe i segni lasciati sui corpi.” Giulio si carezzò il mento. “E’ un’ipotesi che avevo già preso in considerazione, Igor. La possibilità che gli individui uccisi non avessero subito aggressioni casuali, ma fossero stati volontariamente attirati in trappola attraverso Internet… Caduti nella Rete. La chat, del resto, sarebbe uno strumento perfetto a questo scopo. In chat è facile fingere di essere chiunque… E agganciare persone di ogni età e orientamento sessuale.”
Giulio si alzò.
“Peccato che abbiamo già battuto questa pista, senza successo. Nessuna delle vittime precedenti era un’assidua frequentatrice di chat, anzi, molti di loro non possedevano nemmeno un computer. Comunque, per sicurezza, sarà meglio dare un’occhiata al PC di Scarlatti.”
“Sarà fatto, commissario.”
“Cosa dicono del corpo quelli della scientifica?”
“Pare che Scarlatti sia stato ucciso da un colpo al cranio inferto con un oggetto contundente. Ma non sapremo niente di certo fino all’autopsia.”
Giulio sospirò di nuovo. “Fino al prossimo omicidio, vorrai dire. Non mi faccio illusioni, se non abbiamo beccato il killer finora non lo beccheremo più, a meno che non commetta qualche errore clamoroso. Adesso, come al solito, il nostro amico sparirà nel nulla per un annetto… Finché non troveremo un altro corpo, in un altro vicolo, con un’altra faccina incisa sulla schiena.”
Giulio si avvicinò all’attaccapanni, prese la sua giacca e il suo cappello.
“Vado a casa. A domani, Igor.”
“Buonanotte, commissario.”
Quella del commissario non fu una buona notte. Sognò che stavolta le carni sulle quali veniva incisa la faccina erano le sue, ma lui non poteva vedere chi lo stesse torturando, perché l’incisione avveniva dall’interno. Una sinistra faccina sorridente appariva dal nulla sul suo petto, come se la lama che ne tracciava i contorni fosse dentro il suo corpo.
Provò quasi una forma di sollievo quando lo squillo del cellulare di servizio lo svegliò, strappandolo a quell’incubo. Mentre rispondeva, gettò un’occhiata alla radiosveglia: erano le tre del mattino.
“Pronto.”
“Commissario.”
Benché fosse ancora assonnato, riconobbe la voce di Igor e vi colse una venatura di sgomento.
“Che c’è?” chiese Giulio, scendendo dal letto.
“Ne hanno trovata un’altra” disse Igor.
“Un’altra cosa?”
“Un’altra vittima di Faccine, commissario.”
“Non è possibile. E’ passato troppo poco tempo. Dev’essere opera di un emulo.”
“Può darsi. Anche perché…” Il brigadiere tacque un attimo. “Stavolta è diverso dalle volte precedenti, commissario. E’ meglio che veda con i suoi occhi.”
- “Animata”? Cosa cazzo vorrebbe dire “animata”? -
De Val, l’ispettore del RIS, era fuori di sé. In piedi al centro del salone, scuoteva l’appuntato per il bavero, sputacchiandogli in faccia goccioline di saliva e caffé. Il giovane carabiniere non riusciva a rispondere: ogni volta che cercava di proferire verbo, il superiore lo interrompeva.
- Devi spiegarmi cosa cazzo intendi, adesso, subito! Taci! Non ho finito. Allora, mi vuoi rispondere? Cosa cazzo aspetti, eh? Zitto, per carità di Dio zitto o ti stronco… -
Mantovani sorrise, nonostante la situazione: De Val non era cambiato. Si avvicinò e gli posò una mano sul braccio.
- Vittorio -
L’altro parve calmarsi all’istante.
- Giulio, ciao. Sembra che abbiamo una merda grossa come una casa, qui. Grossa come questa, di casa. Vuoi un po’ di caffè? E’ decaffeinato: dopo l’angioplastica mia moglie ha il completo controllo del thermos -
- Non mi sembra che serva a molto, sei sempre incazzato lo stesso. Comunque no, grazie. L’hai già visto? -
- No, non ho visto ancora un cazzo: ero qui da cinque minuti, quando sei arrivato tu -
“E hai fatto in tempo a terrorizzare un ragazzino che aveva già paura di suo”, pensò Mantovani. Apprezzava il lavoro di De Val, ma non gli piaceva come trattava gli altri. Sembrava ritenere che ogni caso fosse un affare personale, e che tutti i colleghi fossero semplici strumenti per raggiungere il suo scopo. Attrezzi, non più degni di considerazione dei reagenti di laboratorio.
- Giulio, andiamo -
La voce di De Val lo riportò alla realtà. Scosse la testa, come a cacciare il pensiero, e imboccò le scale, verso la taverna della villa. Mentre scendevano, incrociarono un altro carabiniere, terreo in volto e con un fazzoletto davanti alla bocca. Il conato lo sorprese mentre apriva bocca per salutare. Mantovani, perplesso, si rivolse al collega.
- Pizzuti non ha voluto dirmi niente. Tu cosa sai? -
- Poco. Tra le frasi smozzicate e il vomito di questi, ho capito ben poco. Ma… -
- Ma? -
- Niente, è un’assurdità. Oh, ecco il tuo solerte Pizzuti -
A Mantovani non era piaciuto il tono sarcastico con cui l’altro l’aveva pronunciato, ma preferì abbozzare e rivolgersi direttamente al brigadiere.
- Igor, cosa c’è? Perché nessuno ne parla? -
- Venga a vedere, Commissario. Non si può descrivere a parole. Entri e guardi -
De Val spinse via bruscamente Pizzuti ed entrò nella stanza, subito seguito da Mantovani.
- Oh, Cristo -
Enrico Pedrazza, ex presidente provinciale coinvolto in scandali giudiziari, palazzinaro, proprietario di locali e riccone generico, giaceva supino sul panno del tavolo da biliardo. La vestaglia di seta era aperta, intrisa di sangue semirappreso, ed il largo ventre era illuminato dalle lampade. Sotto la luce giallastra e calda le linee rosse, spesse e decise, rilucevano in maniera incongruamente vivace.
- Elaborata - sospirò Mantovani - questa volta è elaborata -
La faccina occupava l’intero addome di Pedrazza: tonda, la bocca piegata in un mezzo sorriso sardonico squarciava la pelle all’altezza del pube. Gli occhi dello smilie non erano due semplici fori, ma veri e propri cerchi, le cui pupille guardavano in alto in un’espressione di irritante superiorità. A Mantovani ricordò l’atteggiamento di De Val quando ascoltava i suggerimenti dei sottoposti.
- Si muovono. - La voce dell’ispettore era poco più di un sibilo - Quei cazzo di occhi ironici del cazzo si muovono -
Era vero. Le pupille della faccina compivano un mezzo giro in senso antiorario, dal basso verso l’alto, per poi tornare con uno scatto al punto di partenza. Ogni evoluzione degli occhi produceva un fruscio liquido, seguito da un gorgoglio. Non c’era da stupirsi che tutti vomitassero.
Sei ore dopo, Mantovani posava il bicchiere di plastica del caffè, mentre De Val gettava i guanti di lattice nel contenitore dei rifiuti pericolosi.
- Pedrazza è morto circa due ore prima del suo rinvenimento. L’ha trovato la governante, che vive nella dependance della villa: era stupita del fatto che fosse ancora al biliardo, ed è entrata per dare un’occhiata. Ora è in osservazione in psichiatria.
Il movimento è dato da un vecchio registratore a nastro modificato: la cute è stata incisa, rimossa ed il registratore è stato inserito nella cavità addominale, approfittando dell’obesità della vittima. Dopodiché la faccina è stata riposizionata. Gli occhi sono stati disegnati successivamente sulle rispettive porzioni di epidermide, e poi applicati sulle ruote delle bobine. Il sanguinamento massivo ed il grado di coagulazione paiono indicare che il crimine sia avvenuto precedentemente al depasso di Pedrazza… -
- Scusa, Vittorio, stai dicendo che… -
- Era vivo quando lo stronzo gli ha ficcato il cazzo di marchingegno in panza, sì. Sette più al Commissario. Posso andare avanti adesso? -
- Probabilmente la vittima era drogata: per quanto prolassati, i muscoli addominali si sarebbero contratti e non avrebbero consentito all’assassino di agire comodamente. Attendiamo i risultati delle analisi del sangue per capire quale sia il sedativo somministrato. -
- Ispettore, commissario, c’è una novità -
Un tecnico di laboratorio s’era affacciato alla porta. Ad un cenno di Mantovani, fece un passo avanti.
- Abbiamo esaminato il macchinario, e risulta che le bobine contenessero una porzione di nastro magnetico. Siamo riusciti ad ascoltarlo: malgrado la condizione, è perfettamente udibile. Ha una resa sonora davvero buona, se mi è permesso dirlo, ma la cosa più importante è che… ecco, non saprei come dirlo, ma… C’è un messaggio dentro, Commissario. Un messaggio per lei. -
“Buongiorno, Giulio” disse la voce. “O meglio, buonasera. Sono quasi sicuro che ascolterai questo messaggio di notte, subito dopo aver trovato il mio ultimo… lavoro.”
La registrazione su nastro era dominata da un fruscio continuo e uniforme. Molto al di sotto di esso, tanto che distinguerla richiedeva grande concentrazione, c’era la voce. Una voce sabbiosa, lontana, distorta e asessuata: non sembrava nemmeno umana.
“Un sintetizzatore vocale?” ipotizzò Pizzuti. De Val gli impose di tacere con un sibilo rabbioso. Misura inutile: in quel momento la voce sul nastro era silenziosa. Dall’altoparlante del registratore scaturivano solo fruscii. Giulio fissava le bobine rotanti come ipnotizzato.
Qualche secondo dopo, la voce riprese a parlare.
“Spero non sia un problema se ti do del tu, Giulio. In fondo ci conosciamo così bene… Ti ho osservato a lungo, e so molte cose sul tuo conto. Quanto a te… Ti ho scelto proprio perché sei il massimo esperto delle mie opere. Il mio critico di fiducia, in un certo senso.”
Ci fu un’altra pausa. Giulio socchiuse gli occhi: benché fosse palesemente contraffatta, forse addirittura sintetica, quella voce dava l’impressione di parlargli con ironia superiore. Un tono da padrone del gioco. Oltre i disturbi e la pessima qualità dell’audio, Giulio riusciva quasi a vedere la bocca dalla quale uscivano quelle parole; una bocca contratta in un sorriso arrogante.
La voce parlò nuovamente.
“Non temere, Giulio, non ho intenzione di farti del male… A meno che tu non mi ci costringa. Farò male ad altri, piuttosto… Molto più di quanto ne ho fatto finora. Sono all’apice dell’ispirazione, Giulio, e penso che da oggi produrrò una nuova opera d’arte alla settimana… Finché tu non mi fermi.”
Terza pausa.
“Che figlio di puttana” ringhiò De Val. Pizzuti accennò a portare l’indice alle labbra per invitarlo al silenzio, ma De Val lo folgorò con uno sguardo micidiale; il brigadiere ritrasse timidamente la mano. Giulio continuava a fissare il moto delle bobine.
“Devi capire che la mia non è una mente malata, Giulio” proseguì la voce. “La mia è una mente geniale, che ha la fortuna di potersi esprimere attraverso una materia molto facile da reperire.”
Giulio percepì che il tono della voce era cambiato. Da ironico, s’era fatto maledettamente serio.
“La mia opera è un capolavoro… E come tutti i veri capolavori ha un altissimo valore morale. Mi manca solo un testimone che tramandi ai posteri il mio messaggio… Quel testimone sarai tu, Giulio. Sta a te far sì che ciò avvenga il prima possibile.”
Quarta pausa, durante la quale al silenzio del nastro corrispose quello degli ascoltatori. Il pesante fruscio dominò la stanza.
“Cercami a Ultima Thule, Giulio” proseguì la voce. “Dove le distanze non esistono.”
“Che cazzo…?” sbottò De Val.
“Fermami, Giulio Mantovani” concluse la voce. “Fermami.”
La registrazione si interruppe con uno scatto secco.
De Val si passò una mano sul viso. “Ci mancavano pure gli indovinelli… Pensavo che queste cazzate succedessero solo nei film americani.”
“Thule non è il nome che davano gli antichi romani all’Islanda?” chiese Pizzuti.
“Guarda che le facciamo tutti le parole crociate, cervellone” lo aggredì De Val. “Quindi, quale dovrebbe essere la prossima mossa, secondo te? Prendiamo il primo aereo per Helsinki?”
“E’ Reykjavik” mormorò Pizzuti, intimorito.
Giulio, intanto, non aveva mai smesso di fissare il registratore, quasi si aspettasse di sentirlo parlare ancora. Lo sfiorò con la punta delle dita.
“Il nastro lo prendo io” disse De Val. “Se lì dentro c’è qualcosa che può farci risalire a quell’imbecille squilibrato, lo troveremo.”
“Forse è squilibrato” replicò Giulio. “Di certo non è un imbecille. E’ per questo che sul nastro non troverai niente più di quanto abbiamo sentito.” Sollevò lo sguardo. “Qual è l’unico posto dove non esistono le distanze? Dove puoi parlare con una persona che è dall’altra parte del mondo come se fosse davanti a te?”
Per qualche istante, le fronti di Pizzuti e di De Val si incresparono pensose. Poi Pizzuti s’illuminò in viso. “La Rete” disse.
“A quanto pare avevi ragione, Igor” annuì Giulio. “C’è un collegamento a Internet, qui dentro? Scommetto che esiste una chat chiamata Ultima Thule.”